Attimi di bellezza straordinaria in un piccolo paesino di provincia

Ultimamente il lavoro di collaboratrice per un giornale della mia zona, mi sta facendo scoprire lati del piccolo paesino dove vivo di cui non ero a conoscenza. Malumori dei cittadini ma anche piccole e grandi cose di cui questo paesino può andare fiero.

Una di queste “piccole e grandi cose” ha avuto luogo proprio ieri e io ho avuto l’onore, perché no, di documentarla.

Nonostante il tempaccio alcuni volontari si sono alzati dal letto di buon ora e soprattutto di domenica per ripulire il paese dalle schifezze dettate dall’inciviltà. L’evento era aperto a tutti, grandi e piccini tutti muniti di sacchi, pinze e guanti.

Oggi scorrendo le foto che ho fatto per l’articolo ne ho trovata una di cui mi ha colpito moltissimo un dettaglio:

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La foto mostra la mano di una volontaria che (con i piedi infognati nel canale, questo ve lo dico io) tende un rifiuto di plastica a una piccola partecipante, che poi lo metterà in un sacco.

Ecco, io riguardando questa (apparentemente insignificante) foto mi sono un po’ commossa e ho compreso ancora di più l’importanza di educare grandi e piccini alla civiltà, a prendersi cura della terra in cui viviamo, che ci offre sempre tanto con tanta generosità.

Insomma, non ci vuole niente ad usare un cestino..no?

Personalmente sono già molto attenta a non sporcare in giro, anche se con la raccolta differenziata ho ancora qualche problema (c’è così tanta roba da dividere che alla fine il secco si finirà per non usarlo più!), ma dopo questa esperienza mi impegnerò a fare più attenzione, a rendere la terra in cui vivo ogni giorno un pochino migliore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un legame

Tim Giago

Lui è Tim Giago o Nanwica Kciji, come credo preferisca farsi chiamare. Non lo so, non lo conosco e purtroppo non ho mai avuto l’occasione di incontrarlo, so che ha 83 anni ed è il fondatore del Lakota Time nella riserva indiana di Pine Ridge, dove è nato e cresciuto.

È un giornalista ed editore americano, precisamente del South Dakota, uno dei territori in cui le radici dei nativi americani sono ancora forti. Non siamo parenti, ma c’è una cosa che ci accomuna, che ci lega e ci rende unici e diversi dal resto del mondo. Questa cosa lega anche il mestiere che fa lui e che desidero fare io, come se fosse qualcosa da tramandare di generazione in generazione.

La scorsa notte non riuscivo a dormire e così, girando su Internet per puro caso ho scoperto la sua esistenza. Adesso ho un motivo in più, un’aspirazione in più per diventare ciò che voglio diventare, o almeno avvicinarmi.

Mia nonna che ancora oggi nonostante gli anni passati stima mio nonno e ne parla come se fosse ancora in vita, qualche giorno fa sfogliando i miei piccoli articoli mi ha detto:

“Sei di razza”

Davanti a Nanwica Kciji questa frase mi risuona in testa continuamente e mi chiedo se quella cosa che ci accomuna, non agisca un po’ come la leggenda di origine cinese del filo rosso del destino.

(Immagine presa dal web)

Preziosi pensieri

Avete un oggetto a cui siete particolarmente legati e dal quale non vi separate mai? Io sì, è un ciondolo fatto con una pietra di amazzonite e una rosa dei venti. Non è prezioso, ma in un certo senso lo è per me.

La pietra di amazzonite l’ho comprata in un negozio insieme ad una pietra di quarzo rosa che ho regalato a F. una mia cara amica che abita fuori dall’Italia e che ho conosciuto in occasione di un viaggio a Cambridge, città che ha dato inizio ai cambiamenti che passo dopo passo mi hanno portato ad essere la ragazza che sono oggi, la ragazza che mi piace essere. Il giorno in cui gliel’ho regalata ha letteralmente sconvolto e cambiato le nostre vite poiché la sera stessa è morto in un incidente un ragazzo che io avevo appena conosciuto ma che per lei era molto importante.

Da quel momento quel ciondolo è sempre con me, mi ricorda i grossi cambiamenti che io stessa ho voluto fare nella mia vita dopo quell’incidente. Ho pensato che la vita fosse troppo breve e imprevedibile per sentirsi in un costante senso di costrizione, come mi sentivo io in quel periodo, non ne valeva la pena. Sentivo di poter dare di più, di meritare di più.

Successivamente ho aggiunto una rosa dei venti che era in realtà parte di una bomboniera che ho ricevuto. La tengo con me perché mi ricorda di essere sempre ciò di cui il mondo ha bisogno: una persona con la mente aperta. Sembra scontato, ma di questi tempi non lo è affatto.

Il significato a questi oggetti l’ho dato io, forse è anche per questo che li sento così parte di me.

 

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Complementari

Ieri notte, durante il tragitto pub-casa ho fatto una piccola riflessione sul termine “anima gemella”: inganna. Sembra quasi voler dire che quello/a giusto/a per te sia la tua esatta copia maschile/femminile.

Invece io credo che in una coppia bisogna essere complementari, due cose diverse che insieme funzionano, “anima complementare” sarebbe perfetto come termine. Non capisco chi si ostina a cercare  l’altra metà, una persona a sua immagine e somiglianza, oppure chi cerca di plasmare l’altro secondo una precisa idea che ha in testa. Lo trovo irrispettoso e anche riprovevole a dirla tutta, verso la persona con cui si dice di voler costruire una storia. Perché le persone vanno amate per ciò che sono, non per ciò che noi vorremmo esse siano.

Poi trovo che un qualcuno fatto a propria immagine e somiglianza alla lunga porti solo noia nella coppia, sarebbe un rapporto senza possibilità di crescita ed evoluzione. Non ci sarebbe gusto neanche nel litigare per poi fare pace.

Sarà che per me la diversità è arricchimento se da entrambe le parti c’è la voglia di conoscere e amare l’altro nella sua interessa e nel fatto che l’altro è proprio “altro da me”.

Sì, preferisco decisamente il termine “anima complementare” al termine “anima gemella”.

1200 caratteri portano grandi sorrisi

Ci tenevo a condividere con voi, che mi leggete qui nel mio piccolo spazietto del web, un importante risvolto nella mia vita.

Da poco collaboro con un giornale locale e oggi è uscito il primo articolo con il mio nome su carta stampata. Non vi so spiegare l’emozione, è un sogno che si avvera! Mi sto entusiasmando anche troppo penso, perché sono solo 1200 caratteri spazi compresi, un articolo di prova, ma se questa prova è finita sul giornale penso di averla superata. Ho altre tre articoli in ballo adesso, due molto importanti e io mi sento sempre più parte di un mondo a cui sento di appartenere da sempre: quello della comunicazione.

Il mio grande amore, chi mi conosce lo sa bene, è la radio, ma provo un profondo rispetto per la carta stampata e iniziare il mio percorso proprio da qui è per me un onore.

È un sogno che si avvera, l’ho già detto..e non ci avrei mai creduto fino a qualche giorno fa, ma sono testarda e se cado ci riprovo: dopo tanti curriculum consegnati e finiti in fondo a qualche cassetto finalmente qualcuno mi ha dato la possibilità di esprimermi.

Ho un grande esempio a cui aspiro che è quello di Pablo Trincia, lui non sa chi sono, non mi ha mai vista in faccia, ma gli devo comunque tanto. È inarrivabile per me semplice e gracile ragazza di provincia, ma questo giornalista è per me fonte di ispirazione continua per andare avanti con le mie sole forze e non arrendermi ad una vita a lavorare “solo perché devo”.

La passione prima di tutto.

“Non mi avete fatto niente”: pensando a B.

Il festival di Sanremo 2018 è finito da qualche settimana, i vincitori ormai si sa, sono Ermal Meta e Fabrizio Moro con la loro discussa e bellissima “Non mi avete fatto niente”.  Poco fa la stavo riascoltando e la mia mente è andata inevitabilmente a B. e alla sua vita terribilmente finita quel maledetto 17 agosto 2017 sulla Rambla a Barcellona.

“Non mi avete fatto niente” è la frase perfetta da urlare verso chi uccide per il potere..e anche per la pace. Che pace è se porta morte. 

B. era un ragazzo pieno di vita e ambizione, B. era un ragazzo molto amato da compagna, figli, parenti e amici, io non lo vedevo da tanti anni, ma vi posso assicurare che quei mostri a queste persone, ai suoi bambini soprattutto, hanno portato via B. fisicamente, ma l’amore che li legava quello no, quello resiste e “va oltre le loro inutili guerre”.

Ciò che la morte di B. mi ha insegnato è credere nei miei valori fino in fondo e non smettere mai di lottare per difenderli, anche quando la realtà cerca di farmi cambiare violentemente opinione. Ho visto le persone che lo conoscevano da una vita (letteralmente) soffrire in modo indicibile per la sua perdita, eppure non si sono mai piegati all’odio e ai più beceri luoghi comuni che si sentono spesso, personalmente sono orgogliosa di conoscere persone così, persone che tengono ancora troppo alla propria umanità. B. ci ha regalato la possibilità di dimostrare che comunque abbiamo vinto noi e il nostro muro contro il loro odio e più forte delle loro armi e dei loro gesti vigliacchi.

“E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra
Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra
Galassie di persone disperse nello spazio
Ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio”

                                                       Tratto da “Non mi avete fatto niente”: E. Meta/F. Moro

Grazie B. per non aver permesso che l’odio ci toccasse.

Sons of Anarchy, un Amleto 2.0

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“Doubt thou the stars are fire; 

Doubt that the sun doth move;

Doubt truth to be a liar;

But never doubt I love.”

                                                                                                    William Shakespeare

Amleto parla a Ofelia e le dice di dubitare anche delle cose più ovvie, ma di non dubitare mai dei sentimenti di lui. Shakespeare descrive un amore puro ma tormentato e non è un caso se ho messo proprio questo passo dell’opera del celebre poeta inglese per parlare di Sons of Anarchy, quindi se non avete finito di guardare la serie e non volete spoiler non andate avanti a leggere, perché potreste rovinarvi un finale che va visto fino in fondo, nei dettagli più nascosti.

Sons of Anarchy è una delle serie più belle e sottovalutate di sempre, Kurt Sutter ha studiato letteratura classica e per sua stessa ammissione nella serie ci sono forti riferimenti all’Amleto di Shakespeare: tutti i tormenti del protagonista dell’opera inglese sono presenti in Jax Teller e in suo padre, John Teller, prima di lui. Anche gli altri personaggi, chi più chi meno non sono esenti dall’ondata di emozioni che travolge la fittizia cittadina di Charming.

S.O.A. ci coinvolge, Sutter è stato in grado di farci amare e detestare allo stesso tempo il club. Quante volte io stessa ho anche desiderato e immaginato di farne parte! Ma voglio andare per punti, ci sono tante cose che vale la pena ricordare:

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IL CLUB:

I motociclisti protagonisti della serie fanno parte di una famiglia che li unisce tutti sotto il nome di “Sons of Anarchy”, JT (John Teller) ne è il fondatore, insieme ad altri otto (first 9) ed è anche il primo ad accorgersi (purtroppo troppo tardi) che ciò che lui aveva creato stava prendendo una strada diversa da quella da lui prospettata. Scriverà tutte le sue paure in un manoscritto: “Vita e morte dei Sons of Anarchy”, una vera e propria tragedia che arriverà nelle mani di Jax. Lo spettatore viene a conoscenza della storia dei Sons attraverso le parole dei protagonisti, ma conosce subito il presidente del club, Clay Morrow, patrigno di Jax. Successivamente a prendere il suo posto sara il ragazzo, mentre dopo di lui sarà Chibs a guidare il club..o ciò che ne rimane.

Ogni membro ha il suo spazio all’interno dell’intera serie, alcuni ci lasceranno subito, altri ci ruberanno il cuore per poi lasciarci, alcuni ci tradiranno o faranno una crescita personale degna delle migliori opere teatrali. Tutti comunque, hanno uno scopo, Kurt Sutter non ha piazzato nessuno a caso, neanche i personaggi secondari.

GLI ADDII:

Tutto ha inizio con la morte di Kip/Coglione Solitario: Sutter non ha sviluppato il suo personaggio a pieno ma il giovane prospect (si è goduto veramente poco la sua promozione a membro a tutti gli effetti del club) si è fatto voler bene..anche alla fine, quando si è beccato il proiettile che l’ha ucciso pur di tentare di proteggere Abel, il figlio di Jax, e Tara, la fidanzata dell’amico.

Come ho già detto, anche i personaggi di contorno per Sutter avevano un senso, come la moglie di Opie, Donna, che fino all’ultimo ha condiviso il marito con l’altra famiglia, quella dei Samcro. La sua morte fu un tragico, terribile errore di Tig che ha agito sotto l’ordine di Clay di uccidere Opie. Questo errore segnerà l’inizio della fine del club, portandolo insieme a tutti i suoi componenti, alla deriva.

Il burbero Piney oltre essere l’anziano padre di Opie era anche uno dei 9 fondatori del club dei Sons of Anarchy. Venne ucciso da Clay, che vedeva nell’imminente “presa di potere di Jax” la fine dei suoi loschi traffici..e anche della sua vita, poiché lo stesso Piney e Tara sapevano la verità sulla prematura scomparsa di JT, causata appunto da Clay e Gemma e se Jax ne fosse venuto a conoscenza non l’avrebbe presa molto bene. La sua morte è importante, poichè per la prima volta dopo JT a lasciarci è uno dei fondatori del club, uno di quelli che avrebbero potuto e voluto aiutare Jax a riportare i Sons of Anarchy “in carreggiata”.

Opie. Potrei tranquillamente lasciare il punto e non scrivere nulla dopo il suo nome, poiché già solo questo scatena in qualsiasi persona che abbia visto e amato la serie, un pianto esagerato. Era più di un amico per Jax, i due erano fratelli che non condividevano lo stesso DNA e come ogni fratellanza che si rispetti, anche la loro era caratterizzata da liti e incomprensioni, ma il loro rapporto andava talmente oltre che riuscivano a capirsi e perdonarsi a volte, anche con uno sguardo. Opie era il gigante buono della serie, era così buono da risultare a tratti ingenuo, ma la sua qualità più grande era la lealtà, verso la moglie, verso il club e verso Jax. Proprio per la lealtà che sentiva di dovere all’amico deciderà di sacrificarsi per permettergli almeno di tentare di ripristinare le cose come erano un tempo e si farà picchiare letteralmente fino alla morte. Le scene della veglia al club sono tra le più struggenti dell’intera serie, alla fine Opie con Jax condivide lo stesso destino, anche per quanto riguarda il rapporto con i rispettivi figli, dai quali sembrano allontanarsi, ormai persi nelle ombre.

La morte di Clay Morrow dona allo spettatore sentimenti contrastanti. Come personaggio quello di Ron Perlman (Hell Boy) si è fatto odiare parecchio di stagione in stagione, ma allo stesso tempo eravamo affezionati a lui, come lo erano gli stessi Sons. In un clima quasi solenne abbiamo assistito alla cancellazione dei tatuaggi che recavano il marchio del club dalla pelle di Clay e al suo allontanamento per tradimento e uccisione di uno dei “fratelli” del club. Abbiamo provato quasi tenerezza per lui quando anche Gemma decide di lasciarlo al suo destino, scegliendo di stare dalla parte del figlio e ci siamo un po’ commossi quando Jax lo uccide per vendicare il padre, l’omicidio di Piney e il tentato omicidio di Tara. Quello che ci legava a Clay era una sorta di “sindrome di Stoccolma” penso, un senso di rispetto che era lo stesso che provavano gli stessi membri del club verso il loro leader.

Anche la morte di Bobby ci ha tolto il respiro. Dopo le torture subite da uno degli antagonisti della serie fu freddato con un colpo di pistola davanti agli occhi di un inerme Jax. Questa morte ha dato il colpo di grazia alla già debole speranza di salvare il club: Bobby, anche lui uno dei first 9, era il pilastro sul quale si reggevano in un equilibrio precario, ma pur sempre in equilibrio, i Sons of Anarchy. Era una roccia, un punto di riferimento non solo per il principe di Charming, ma anche per i membri più anziani. Bobby è rimasto fedele al club fino all’ultimo istante della propria vita, anche nella decisione di allontanarsi per un breve periodo e diventare un nomad, anche lui ha voluto fare un tentativo per riportare i Sons of Anarchy alle amate origini. Bobby era quello che non aveva paura di andare contro Clay se necessario, ma c’era quando lo stesso aveva bisogno di un consiglio, era l’ultima speranza per i first 9.

Juice lo abbiamo conosciuto “strada facendo”, prende sempre più importanza a partire dalla quarta stagione quando diventa fondamentale per lo svolgimento della trama..e la distruzione del club stesso. Inizialmente è un personaggio che ci regala gag come quella in cui i suoi compagni lo lasciano nudo e privo di sensi in strada, coperto solo da un pannolino, un ciuccio in bocca e un cartello attaccato al petto con dei punti metallici che recava la scritta:”Slightly retraded child, please adopt me”, poi per paura che i SAMCRO scoprano le sue vere origini (per la prima parte della serie ci viene fatto credere che sia di origini ispaniche, invece poi lo scopriamo avere il padre di colore) e lo estromettano dal club, in ragione di un vecchio regolamento che vietava alle persone di colore di diventare un Son of Anarchy, Juice inizia ad assumere un atteggiamento cupo e schivo, inizia a mentire agli stessi compagni e tenta più volte il suicidio. Cercherà il perdono di Jax, che però lo lascerà totalmente nelle mani di Ron Tully (Marilyn Manson) che lo ucciderà su richiesta dello stesso Juice, ormai umiliato e stremato dai demoni dei tanti errori commessi. Personalmente, per quanto abbia fatto una cavolata dietro l’altra e nonostante il fatto che ogni volta che tentava di sistemare le cose queste puntualmente gli si ritorcessero contro, il suo personaggio mi ha sempre fatto tenerezza. La sua unica famiglia erano i SAMCRO e lui, senza questa si sentiva totalmente perso. Jax ha seguito “la legge del club” punendolo per i suoi tradimenti, gli ha totalmente voltato le spalle senza capire le ragioni dei suoi gesti.

Tara (parlerò di lei e di Gemma in un altro paragrafo più in fondo dedicato alle donne del club, ma la sua assurda morte merita di essere ricordata) la conosciamo inizialmente come una ragazza intelligente, caparbia, ma comunque bisognosa di protezione. Ritornerà a Charming proprio per questo, consapevole che il “suo Jax” non esiterà a farle da scudo in caso di bisogno. Un tatuaggio alla base della schiena rimanda a una sua vecchia appartenenza al club dei Sons, cosa che le viene rinfacciata più volte da Gemma, che non le perdonerà mai di aver lasciato il figlio in età adolescenziale. Sarà proprio attraverso le mani di quest’ultima che la ragazza troverà una morte più volte annunciata nella serie. Tara infatti, aveva rischiato la vita in più occasioni, l’ultima per volontà dello stesso Clay, Jax poi, arriverà a trattarla malissimo tanto da far pensare che anche lui nasconda il desiderio di eliminarla, ma a farlo sarà appunto la suocera, spaventata all’idea di non vedere più i nipotini. La ucciderà in un impeto di follia, affogandola nel lavandino e colpendola più volte con un forchettone per l’arrosto. La scena in cui Jax trova il cadavere della moglie è struggente, dopo la pace tanto inseguita da entrambi, dopo essersi ritrovati ancora una volta, il modo in cui vengono separati (questa volta per sempre) è atroce. Ancora una volta poi, Jax e Opie sono legati allo stesso destino, entrambi perdendo l’amore della propria vita, perdono ogni ragione per andare avanti. D’ora in poi a guidare il ragazzo sarà solo la vendetta.

Per Gemma Teller-Morrow arriviamo a provare gli stessi sentimenti che abbiamo provato per Clay. Donna materna e spietata allo stesso tempo, sarà proprio questo suo morboso legame per la famiglia a scatenare l’irreparabile. Quando Jax, dopo averle perdonato tradimenti, bugie e verità nascoste, scopre che è stata proprio lei ad uccidere Tara, si troverà a dover fare i conti con l’amore di un figlio per la propria madre e “la sua vera natura”, quella del criminale, che deve difendere l’onore del club e per questo regolare i conti con la stessa persona che lo ha messo al mondo. Gemma, consapevole di ciò che l’attende, in un primo momento scappa, per poi rassicurare il figlio sul fatto che ciò che si stava per compiere era nella loro natura, appunto. Gemma muore, con un proiettile in testa in mezzo a un campo di rose bianche, lasciando Jax ormai privo di qualsiasi protezione verso se stesso.

Jax, il principe di Charming, ci prova fino all’ultimo a salvare il suo regno, ma si perde e l’ultima speranza che gli rimane è quella di non far percorrere la stessa strada ai piccoli Abel e Thomas. “Essere o non essere..” questo è il quesito che il personaggio shakespeariano si pone nel celebre soliloquio, lo stesso quesito che sembra porsi Jax, diviso tra la sua vera essenza e l’amore per la propria famiglia, quella che si era costruito con Tara e i due piccoli Teller. Jax decide di andarsene, non prima di aver sistemato il club e gli amati figli, che cresceranno con Wendy (la mamma biologica di Abel) e Nero, il compagno di Gemma. Jax farà un’ultima corsa sulla moto del padre, prima di schiantarsi contro un camion, come JT anni prima di lui. In un’immagine emblematica il ragazzo, ormai consapevole del fatto che da lì a poco sarà tutto finito, lascia andare il manubrio della moto quasi come se fosse pronto a trascendere dalla vita terrena per sempre, liberando i propri figli e le ultime persone a lui legate in vita, dal giogo di un’esistenza segnata dal dolore.

Big 8 è interpretato da Kurt Sutter stesso, il suo personaggio è trattato veramente male fino alla fine, quando viene ammazzato in prigione. Ma è solo il culmine di un percorso di torture che lo hanno privato della vista e della lingua, che lui stesso si è strappato letteralmente a morsi pur di non parlare e non tradire il club. Sutter in questa serie ci ha messo tutto se stesso, letteralmente. 

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LE DONNE DI SONS OF ANARCHY:

Si potrebbe definire l’intera serie come matriarcale, sono le donne le vere burattinaie. Gemma prima di tutte, ha amato Jhon Teller e con lui ha costruito una famiglia che ha compreso anche i membri del club. Nero Padilla, il suo ultimo amante, la chiamava “mama” ed è ciò per cui Gemma effettivamente viveva, amava e odiava visceralmente. Più volte ha chiamato i nipoti “i miei bambini”, non come se lo stesse dicendo una nonna, ma come colei che a questi bambini ha donato la vita. Per questo motivo e per la sua possessività in generale, entrerà in forte contrasto con le donne del figlio Jax, prima Wendy e successivamente Tara. Gemma però è anche quella che “non dice” per il bene del club, come quando per paura di una ritorsione a Jax e Clay non dice di essere stata violentata dai membri di una congregazione ariana.

Nel proseguire della serie Wendy dirà più volte che fu la stessa Gemma a volere il matrimonio (poi fallito) tra lei e Jax, perché questa voleva dei nipoti, senza però mettere in conto la pericolosa dipendenza della ragazza, che metterà in pericolo non solo la sua vita ma anche quella di Abel ancora nel grembo materno. Nella vita di Jax tornerà Tara, da prima odiata e poi accettata da Gemma, che tornerà ad odiarla non appena scoprirà l’intenzione della donna di lasciare Charming con i bambini e allontanarsi per sempre da quel destino che pendeva come una spada di Damocle sopra le loro teste. Tara diventerà quindi prima complice poi nemesi di Gemma (a Wendy accadrà esattamente il contrario), ma ad un certo punto sarà addirittura tale e quale a lei. I destini degli uomini del club girano tutti attorno a queste donne e alle loro bugie.

C’è un’altra donna importante nella serie ed è la mendicante che Jax incontra puntualmente ogni volta che sta per accadere qualcosa di grosso. Probabilmente questa è la madre, creduta morta, della ragazzina che Jax accoglie come barista/baby sitter nel club. La donna, che pare venne coinvolta nell’incidente causato dalla morte di JT sembra essere la personificazione di un presagio, nella sequenza in cui Jax decide di porre fine alla propria vita, la incontra mentre questa sta mangiando del pane e bevendo del vino rosso (immagine molto, molto biblica), lo stesso pane verrà lo ritroveremo nel luogo in cui Jax muore, mentre beccato dai corvi, sta per essere raggiunto dal sangue di quest’ultimo.

Un’altra donna con un ruolo minore ma ugualmente importante per uno dei membri del club è Venus, la transgender che farà perdere la testa al perverso Tig, da prima a livello fisico, poi sorprendentemente (o forse no?) anche a livello sentimentale.

Sons of Anarchy è una di quelle serie che ti entrano dentro e lasciano un senso di malinconia quando finiscono. Ci sono stati dei momenti in cui io stessa, quando mi capitava di parlarne con qualcuno, mi animavo come se stessi parlando di persone realmente conosciute. La consiglio a chi non l’ha mai vista, sono sicura che vi innamorerete dei personaggi e di ogni loro sfaccettatura. A chi invece l’ha già vista..beh, è sempre bello fare un revival!

A seguire vi lascio un interessante articolo di “Hall of series” che parla del simbolismo in Sons of Anarchy: https://www.hallofseries.com/sons-of-anarchy/il-simbolismo-sons-of-anarchy/3/

 

(Immagini prese dal web)